Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo Monitor | Amater | Radio
Informare all'italiana, ciò di cui non si parla
Bombardati da notizie. Ogni giorno, in ufficio, al bar, a casa e sui mezzi pubblici le persone hanno argomenti di cui parlare, eppure non è abbastanza. Il problema non è la quantità, ma la qualità. Le informazioni sono tante, è vero, ma sempre le stesse. Molte sono quelle di cui non si sa nulla e altre vengono, addirittura capovolte.
Si pensi a come giornali e tv hanno trattato gli ultimi casi di violenza avvenuti a Roma e altrove e a come hanno raccontato la triste storia di Eluana Englaro. Più che al lettore, il cronista sembra rivolgersi principalmente al politico.
"La maggioranza delle violenze in Italia avviene tra le mura domestiche e sono commesse da maschi italianissimi". A dichiararlo è stato il sociologo e studioso dei processi migratori, Abedel Jabbar, in un intervista rilasciata il 17 febbraio scorso al quotidiano Liberazione. E il 13 marzo la stessa notizia è stata confermata da Telefono Rosa che ha rilevato che, nel 53% dei casi, a compiere atti di violenza sulle donne sono i loro partner.
Un'affermazione che altri giornali e molte reti televisive hanno sottovalutato, continuando a far credere all'opinione pubblica che i violentatori sono, per lo più, immigrati. Stesso processo avviene per altri tipi di informazione, così che stabilire la veridicità delle notizie che, ogni giorno, vengono trasmesse, è compito piuttosto difficile in Italia dove, troppo spesso, i media diffondono solo alcune news. "Una realtà occidentale, non solo italiana - ha precisato Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21 - ma di cui l'Italia è una metastasi di un problema internazionale". Gli Stati Uniti d'America hanno costruito la guerra in Iraq attraverso una rete mediatica. Alla fine, però, la menzogna è stata scoperta da chi ha avuto il coraggio di approfondire. "Nel nostro Paese questo non è mai avvenuto e, forse, non avverrà mai". - Ha dichiarato Giulietti. "E il motivo principale - ha aggiunto - è che in Italia è accaduto ciò che altrove è vietato dalla legge: il presidente del Consiglio è anche il proprietario di tre televisioni e di alcuni quotidiani". Secondo Giulietti, "manca una cultura liberale democratica e se, nè da destra, nè da sinistra, è stata varata una legge che vieti il conflitto di interessi, difficilmente si potrà uscire da questa situazione". La sua unica speranza è che i cronisti più giovani, grazie ai nuovi mezzi di informazione on line, abbiano voglia di raccontare ciò di cui i grandi media non osano parlare. Chi tace o parla sempre delle stesse cose e delle stesse persone è parte di un sistema caratterizzato da un forte collateralismo tra i salotti della poltica e quelli del giornalismo.
Ma, al di là di questo e del conflitto di interessi, i motivi per cui, spesso, passano solo alcune notizie, sono legati anche a un processo più complesso, che dipende dalla selezione giornalistica. A sostenere questa tesi è il sociologo Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università La Sapienza di Roma. "Da sempre - ha spiegato - i media si occupano di ciò che appare più controverso e in grado di minacciare i valori di una società, e ciò significa inevitabilmente che a farla da padrone siano le notizie che più fortemente riescono a dare un volto al male, consentendo al lettore una presa di distanza simbolica da esso, senza esporsi direttamente al pericolo, vero o fittizio che sia". E' una sorta di gioco mediatico che, secondo Morcellini, ha una maggiore probabilità di successo quando la continuità dei fatti e la ricorrenza di alcuni elementi consente ai giornalisti di generalizzare le questioni. Da non sottovalutare, poi il fatto che le notizie vengono scelte in base a consuetudini e a convenzioni e tengono conto anche della concorenza tra testate, dei temi più discussi dall'opinione pubblica "o più banalmente - ha precisato il sociologo - di conformismo o scarso coraggio delle scelte editoriali".
