Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo  Monitor  |  Amater  |  Radio

Sisma: "Questa volta la tragedia è mia"

Lorenzo Dolce

Il responsabile della redazione abruzzese dell'Ansa, Antonio Andreucci, all'Aquila il giorno del terremoto, in un pezzo forte e commovente, racconta quella notte di terrore.

L'AQUILA, 6 APR - Non è vero che capita sempre agli altri. Le tragedie che sentiamo e che ci fanno emozionare, colpendo le nostre sensibilità, non fanno differenze: aspettano dietro l'angolo e decidono di colpire chiunque, all'improvviso. Solo dopo ci accorgiamo che era destino. L'Aquila è una città che convive con i terremoti, ogni anno tantissime scosse, piccole, solo alcune vengono avvertite.

Uno si sente immune, anche quando in poco tempo ne avvengono oltre cento e qualcuna é più forte delle altre. "Siamo abituati", dicevano, sorridendo e per farsi coraggio, i miei concittadini, e io con loro. Anche nell'ultima settimana, quando le scosse sono state di 3 e 4 gradi della scala Richter. Poi, domenica sera, in un'ora, tra le 22.30 e le 23.40, due scosse: di 3,9 e di 3,5 gradi. Solita cosa, ma la città ha paura, nei giorni precedenti sono state chiuse alcune scuole.

C'é paura, qualcuno fa previsioni, ma non si pensa mai che può succedere di più. Invece arriva una scossa di 5,8 gradi. Alle 3.30, un boato sordo, prolungato, il letto che traballa, le urla: ci guardiamo in faccia io e mia moglie e, senza parlare, sgomenti, capiamo che è il terremoto, quello forte.

Usciamo dalla camera e vediamo oggetti e mobili cadere, fuggiamo, attraversiamo in pigiama il corridoio, la sala e, una volta sulla porta, la scossa si placa. Scendere le scale o aspettare? Intanto, due anziani vicini di casa sono arrivati sul pianerottolo; altri del palazzo fanno lo stesso. Tutti bloccati sotto alle porte aperte: così dicono si debba fare.

E così facciamo tutti. Non guardiamo cosa è accaduto dentro, non abbiamo la forza perché si ha la certezza che qualcosa di grande si è impadronita di noi e siamo in sua balia. Ci guardiamo e c'é chi piange per paura o per disperazione; e intanto arriva un'altra scossa forte. Decidiamo: appena finisce, scendiamo immediatamente in strada. Solo allora ci accorgiamo che dentro casa è il finimondo: mobili spostati, quadri rotti, credenze a terra, vetri dappertutto. In pochissimi secondi siamo sul piazzale. Siamo in tanti, tutti uguali, tutti impotenti avanti a una forza non controllabile e che non ci lascia fare previsioni.

Con questo stato d'animo ci accorgiamo solo più tardi che sanguinano i piedi perché fuggendo siamo passati sopra i vetri, e che la testa e una spalla cominciano a gonfiarsi e a far male, per un mobile venutoci addosso durante la fuga. Le scosse proseguono, ma fuori si sentono di meno e uno crede di essere al sicuro. Tira quasi un sospiro di sollievo guardando i bambini che nella loro innocenza riescono a non spaventarsi. Casa è inagibile, eppure è in cemento armato, tutto il resto è da buttare, ma siamo vivi. Questa sensazione è simile a quella di altre coppie, di altre centinaia di persone che sono con noi sul piazzale.

Ma davanti a noi, dentro quelle mura segnate, ci sono storie e affetti; e i pianti disperati fanno capire quanto ognuno di noi costruisca la sua vita anche con le piccole cose domestiche. Un pezzo di vita che va via. Sul piazzale siamo circa duecento, quasi tutti in pigiama. Dopo due ore di scosse si fanno calcoli per rientrare e prendere l'indispensabile: tra una scossa e l'altra passano almeno cinque-dieci minuti, allora uno per casa, si torna dentro. Un andirivieni pericolosissimo, ma che è dettato dalla voglia di andare avanti e non darla vinta al terremoto. Intanto i telefoni non funzionano e le figlie lontane - come i figli lontani degli altri - non sanno ancora.

L'angoscia aumenta. Poi un poco di coraggio, un giro attorno al quartiere e si cominciano a scoprire storie ancora più tristi, fatte di bambini la cui vita si è interrotta sotto alle macerie. Di amici, colleghi, segnati molto più profondamente di noi. E, per assurdo, ci si deve sentire sollevati. Questa è la mia storia raccontata tra altre decine di scosse e il lavoro frenetico per il dovere di raccontare cosa accade. E' uguale a quella di migliaia di aquilani, di chiunque si sente al sicuro, fino a quando non capisce che così non è. Adesso deve cominciare la rinascita, raccontata altre volte per tragedie di altri. Ma quando il clamore sarà passato, resteranno le tragedie, quelle nostre che una volta erano solo degli altri. (Antonio Andreucci)