Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo  Monitor  |  Amater  |  Radio

Uniti dal federalismo, divisi dal referendum

Fabiana Calsolaro

Il federalismo fiscale (art.119 Costituzione) è legge. Il Carroccio, Bossi in testa, festeggia il via libera del Senato al progetto leghista, e l'aula si tinge di verde: i fazzoletti che sventolano, le cravatte e i foulard, persino tramezzini e tartine. È un trionfo di verde. I voti favorevoli sono stati 154, i contrari 6 e 87 gli astenuti. Ad approvare il progetto, ovviamente, il Pdl, ma anche l'Italia dei Valori. Si astiene il Pd (tre senatori votano contro). Contro i tre senatori Udc.

IL TESTO. Il federalismo fiscale diventerà operativo entro due anni attraverso l'emanazione dei decreti legislativi attuativi; la fase transitoria durerà almeno cinque anni. Il testo prevede più autonomia per Regioni, Province e Comuni, che disporranno di tributi propri, un tetto alla pressione fiscale e maggiore trasparenza nei meccanismi finanziari: l'aliquota Irpef, in particolare, non sarà più tra le fonti che le Regioni utilizzano per finanziare le spese essenziali. L'aliquota verrà sostituita da compartecipazioni ai tributi erariali e al gettito Iva.
Prevista, poi, istituzione di 10 città metropolitane e l'istituzione di Roma Capitale: Roma non è più semplicemente Comune ma un nuovo ente territoriale con speciale autonomia statutaria, amministrativa e finanziaria. Tra le nuove funzioni quelle relative alla valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali e fluviali, allo sviluppo economico con riferimento al settore turistico, alla mobilità e ai trasporti, all'edilizia pubblica e privata alla protezione civile.

Un precisazione, in sede di servizio informativo (che cerchiamo di fornire), è d'obbligo. Il termine federalismo, infatti, indica (almeno nel dizionario Garzanti) la "dottrina politica favorevole alla federazione", intendendo per federazione "l'associazione di più enti che, accanto a una struttura autonoma individuale, danno vita anche a organi comuni cui sono demandati particolari compiti e poteri" la federazione è "l'organismo che coordina l'attività di questi enti; anche, la sede degli organi associativi comuni e l'ambito territoriale nel quale l'associazione agisce". Nel caso italiano, invece, per federalismo si intende la concessione di maggior autonomia a enti che appartengono ad uno Stato unitario: Regioni, Province e Comuni non demandano compiti e poteri allo Stato, come organo comune, ma gliele tolgono e le gestiscono in loco. Più che federalismo questa è devoluzione. Non è una critica ma una doverosa precisazione. L'Italia è davvero un Paese dove tutto va al contrario.

I COMMENTI. «E' una giornata storica», dice Roberto Maroni uscendo dall'aula.
«Finalmente. Ci sono voluti quasi 150 anni per sancire la fine del centralismo - esulta Roberto Cota, il capogruppo del Carroccio alla Camera - adesso con il federalismo le risorse rimarranno sul territorio».
«Il federalismo fiscale non andrà a dividere ma farà sviluppare il Paese - ha spiegato il capogruppo della Lega Federico Bricolo - daremo finalmente autonomia finanziaria ai Comuni. I soldi che i cittadini pagano in tasse resteranno sul territorio, non andranno più a Roma. Saremo finalmente padroni in casa nostra».
«Votiamo a favore di questa legge non per fare un favore a una parte politica che tanto tiene a questa riforma, ma perché riteniamo che questo Paese meriti l'innovazione e l'Idv accetta questa sfida» ha detto il capogruppo dell'Italia dei Valori al Senato Felice Belisario.

CHI HA PAURA DEL REFERENDUM? Dopo la data del referendum, che la Lega, temendo un trascinamento verso il ‘si' sull'onda delle europee, è riuscita a non far abbinare alla data delle elezioni (pena una crisi di governo) è vittoria anche sul fronte del federalismo.
Ma in casa Bossi non si fa in tempo a festeggiare che già quel verde si macchia di una preoccupazione. La vittoria sul fronte referendum, infatti, è oscurata dall'annuncio del premier che dichiara che voterà ‘si'.
«Berlusconi voterà sì, ma non farà campagna elettorale per il sì» commenta Bossi, convinto che il quorum non verrà comunque raggiunto. Se Bossi non si dice preoccupato, Maroni, dopo avere detto di essere «sorpreso e preoccupato» delle parole di Berlusconi, minaccia esplicitamente la fine dell'alleanza con il Pdl agitando lo spauracchio delle elezioni anticipate.

Il senatur punta forse sulla collaborazione ‘obbligata' del Pd, che dovrebbero marciare nella direzione del ‘no', temendo anche più della Lega la nuova legge che il referendum potrebbe produrre. In caso di esito positivo del referendum, infatti, verrebbe a cadere la possibilità del collegamento tra liste e quindi il premio di maggioranza verrebbe attribuito alla lista singola e non più alla coalizione di (1° e 2° quesito sul premio di maggioranza alla lista più votata alla Camera e al Senato - leggi i quesiti.). Questo avrebbe anche l'effetto di innalzare le soglie di sbarramento: per ottenere rappresentanza parlamentare le liste dovranno comunque raggiungere un consenso del 4 % alla Camera e 8 % al Senato. In sintesi: la frammentazione si ridurrà drasticamente e si potrà aprire, per l'Italia, una prospettiva bipartitica. Chiaro il timore della Lega che, costretta a confluire nel Pdl, scomparirebbe come partito. Se Berlusconi riuscisse a raggiungere il 51% alle europee, come punta a fare, diventa chiaro anche il timore del Pd, che Maroni spiega così: «Se il referendum raggiungesse il quorum e vincesse il sì sarebbe inevitabile trarre le conseguenze di una così forte spinta popolare. Si tratta di decidere se trasferire tutto il potere a un partito e cancellare gli altri o mantenere l'articolazione che c'è oggi e funziona». Secondo il ministro «la sinistra ha giocato una partita tattica sulla data del referendum per mettere un cuneo tra Pdl e Lega, ma se ora continueranno a sostenere quei quesiti si dimostreranno loro i veri masochisti. Mi aspetto che si rendano conto dell'errore e lavorino perché il quorum non sia raggiunto». Una speranza che sembra condivisa da varie parti politiche negli ultimi tempi, perché l'importante è esserci, anche a costo di collaborare con il nemico.