Notiziario on-line del Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Teramo  Monitor  |  Amater  |  Radio

Ospedale dell'Aquila: specializzandi abbandonati

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Marianna Gianforte

Refertano, esaminano, fanno piccoli interventi, diagnosticano. Sono i medici specializzandi dell'Ospedale San Salvatore dell'Aquila, per nulla inferiori, per preparazione e per competenze, ai loro colleghi medici, i tutor, che li seguono e li preparano durante il loro percorso di specializzazione. Oggi al nosocomio aquilano il lavoro è diminuito per tutti, causa terremoto, perché molti pazienti sono andati fuori città e molte attività non possono essere ancora svolte in un ospedale che vive in tenda. La situazione è difficile e loro, gli specializzandi del San Salvatore, non si stanno affatto formando. È così che Marco (nome di fantasia), un giovane medico tirocinante nel reparto di Radiologia e Tac, spiega come vanno le cose nell'ospedale da campo allestito nei parcheggi del nosocomio.

Gli specializzandi del San Salvatore nell'era terremoto. «Allo stato attuale, il nostro lavoro è crollato almeno del 60%. Il reparto dispone di una Tac mobile (una specie di enorme camper in cui si effettuano gli esami) e di una tenda per fare i raggi x e le ecografie. Non c'è la macchina per la risonanza magnetica, quindi i pazienti sono costretti a rivolgersi alle strutture presenti nelle vicine province». Prima del terremoto, spiega, «noi specializzandi facevamo anche molta interventistica vascolare ed extravascolare in una sala angiografica, che adesso non possiamo eseguire». «Abbiamo perso soprattutto i pazienti trattati per ernie discali, crolli vertebrali, fratture»; garantite tutte le urgenze e l'assistenza ai traumatizzati.

Il nodo. Tutti i nodi vengono al pettine alle prime difficoltà. Figuriamoci di fronte a un terremoto che ha messo in ginocchio l'intero capoluogo di regione e che ora deve essere ricostruito, riorganizzato, riconvertito e rilanciato. Il nodo principale, per gli specializzandi del San Salvatore, è che in questo momento la loro formazione è praticamente sospesa: «Attualmente non ci stiamo formando», spiega Marco, «i programmi ministeriali sono stati ridotti all'osso e non facciamo più l'attività didattica di prima». Non è una critica, ci tiene a precisare il ragazzo. «Nel reparto di Radiologia», aggiunge, «lavoriamo in 20 come medici specializzandi, coprendo turni di 24 ore, dalle otto di mattina a mezzanotte, ogni 8-10 giorni, affiancati da due medici che si alternano ogni 12 ore. Pur garantendo la copertura in questo ospedale, noi vorremmo avere la possibilità di lavorare, durante i giorni di fermo, in altre strutture». La preside della facoltà di Medicina sembrerebbe, invece, non avere nessuna intenzione di «attivare convenzioni con altre università». Non si tratta, dunque, di una "fuga" dalla città quella prospettata da Marco e dai suoi colleghi, ma solo di una compensazione all'attuale inattività.

Anche nel reparto di Oncologia (uno dei fiori all'occhiello del San Salvatore insieme alla Neurochirurgia, alla Cardiologia, alla Dialisi e altri reparti), le cose non vanno diversamente. In questo momento i giovani stanno lavorando pochissimo, spesso vengono trattati con strafottenza dalla direzione sanitaria, ignorati. Nonostante il terremoto, «non vogliamo abbandonare L'Aquila in un momento così difficile», dicono. Ma è difficile andare avanti in queste condizioni, si può aspettare ancora «due o tre mesi», ma se la direzione non cambierà atteggiamento e non si impegnerà a farli lavorare di più, qualcuno di loro potrebbe fare  «domanda ufficiale di trasferimento». Che non può essere negata. Ci si sarebbe aspettato che la direzione avesse «concesso, in caso di difficoltà nell'impiegare i tirocinanti, qualche mese di formazione in altre strutture, per poi rientrare a emergenza finita, ma così non è stato». Almeno finora.

Lo sfruttamento. Ma la chiacchierata con Marco e gli altri tirocinanti apre un altro fronte: lo "sfruttamento", se così si può dire, degli specializzandi. Che sono medici a tutti gli effetti, perché come già detto fanno lo stesso lavoro dei loro tutor, spesso anche con grande preparazione, ma con una differenza: per contratto dovrebbero lavorare 36 ore alla settimana, per uno stipendio al netto delle ritenute d'acconto di 1.700 euro, che ha valore di borsa di studio. Ossia: non possono assumere ruoli dirigenziali, ma devono essere sottoposti ai medici di riferimento del reparto nel quale sono impiegati. Solo di recente il loro contratto è stato sganciato dai vincoli universitari, dopo anni di polemiche e lotte: prima gli specializzandi erano inquadrati come "studenti", vincolati all'Università con una borsa di studio, che era una specie di rimborso. Ora hanno un contratto di lavoro vero e proprio, stipulato tra la Federazione degli Specializzandi, l'Ordine dei Medici e il Ministero dell'Università e della Ricerca.

Il contratto furbo. Una clausula del contratto prevede che gli specializzandi lavorino 36 ore a settimana, "salvo necessità di reparto per tutti i medici", un passaggio che di fatto consente all'Università di prestare i suoi studenti a tempo indeterminato e all'ospedale di utilizzarli per molte ore oltre quelle previste. Senza pagamento di straordinari e vita sociale uguale a zero.

«In condizioni normali», spiegano, «lavoriamo dalle otto di mattina alle dieci di sera». In quello di Oncologia, in particolare, sembrerebbe essersi creato, nel corso degli anni, un rapporto tra medici e specializzandi tale, da rendere impossibile rispettare i limiti previsti dal contratto. «I medici specializzandi vengono impiegati a tutti gli effetti per interventistica e operatività, proprio come medici. Dovrebbero seguire per statuto e contratto delle attività didattiche». Ma alcuni di loro, da quando lavorano al San Salvatore, di didattica ne hanno fatta poco e niente.

E così L'Aquila, in ginocchio per il terremoto, si trova a fare i conti con problematiche antiche, che ingrossano le nuove e ben più drammatiche. Ne è un esempio l'ospedale San Salvatore, come abbiamo visto, croce e delizia della città, nato già vecchio ma tutto sommato in salute: alcuni reparti di eccellenza, quasi tutti gli altri efficienti, buona ricerca applicata e ottimi rapporti con l'Università di Medicina e con il mondo scientifico in generale, un bacino di utenza esteso. Rapporti neanche tanto velatamente avvantaggiati dal fatto che il rettore dell'Università, Ferdinando di Orio, è appunto medico e professore. Anche il sindaco della città, Massimo Cialente, è un medico.

Ospedale fantasma. Oggi il San Salvatore è un ospedale-fantasma. Tolti i volontari della Protezione Civile delle Marche, che gestiscono il campo, è rimasto ben poco del via vai di gente che caratterizzava il nosocomio del capoluogo di regione. In uno degli spiazzi in cui prima parcheggiavano centinai di auto, ora ci sono decine di tende. Dentro, tutto ciò che prima era distribuito e ben sistemato negli immensi padiglioni della struttura ospedaliera: dal Cup, attivo dall'11 maggio, con nessuna possibilità più per i terremotati di usufruire dell'esenzione dal ticket, all'ufficio informazioni; dalla direzione generale a quella tecnica; dal laboratorio analisi al Pronto Soccorso, fino al reparto di dermatologia, neuropsichiatria, chirurgia, immuno-remautologia e così via. Tutto a portata di tenda.

I corridoi di raccordo tra un "ambiente" e l'altro non sono più al coperto, ovviamente, ma fuori, come in un immenso campeggio, sotto la pioggia a primavera e sotto il sole in estate: sembra banale, ma il disagio non è solo dei pazienti, che prima aspettavano sotto l'acqua ora sotto 30 gradi, ma anche dei medici e degli infermieri. I primi che dovrebbero stare a proprio agio per fare un lavoro che ha a che fare con la salute e con la vita. Ma siamo in tempi di guerra, e dunque bisogna adattarsi.